"Vita e morte della montagna" a 50 anni dall'alluvione del '66

Alluvione Alpago 1966

Cinquanta anni fa, il 4 novembre del 1966, avveniva la grande alluvione che colpì anche l'Alpago. In Vita e morte della montagna ho cercato di raccontarla con gli occhi del protagonista bambino Giacomo Casàl. Non esisteva ancora l'espressione bomba d'acqua a colorire i notiziari con una specie di narrazione guerresca e sensazionalistica. C'era solo la paura e la forza di persone legate alla loro terra tanto fertile quanto fragile. Pioveva da 36 ore e le prime nevi in montagna scioglievano aggravando la situazione. Tuttavia nessuno ha mai pensato alla fine del mondo, o a una rivolta del pianeta Terra contro l'uomo: il 4 novembre si sono abbandonate le case e i beni e si è cercato un luogo sicuro per alcuni giorni. Poi si è ritornati per ricominciare.

Capitolo 2, Vita e morte della montagna, Ed. Bibliteca dell'Immagine 2013

"Venerdì quattro novembre era festa e Giacomo e gli altri non dovevano scendere in paese per andare a scuola. Forse non ci sarebbero andati lo stesso perché il cielo era scuro e la pioggia cadeva fitta e costante dalla notte precedente. Dopo pranzo andò via la luce e la madre di Giacomo preparò le candele sul tavolo.
    – Posso accendere? – chiese Giacomo.
    La mamma e il nonno erano alla finestra e guardavano la strada.
    – Eh? Posso accenderne una?
    Il nonno fumava nervoso e la mamma teneva un rametto d’ulivo in mano. Il rumore della pioggia sulle tegole era fastidioso e i vetri erano bagnati e tintinnavano a ogni tuono. Era come se Giacomo non fosse in quella stanza.
    – Accendo la candela, eh? Posso accenderne una? – chiese ancora Giacomo.
    La mamma e il nonno stavano sempre alla finestra. – Vedi che succede? Lo vedi? E tu pensi alle candele! – disse la mamma senza voltarsi.
    Giacomo era andato alla finestra, aveva guardato fuori, e c’era solo tanta pioggia. L’acqua aveva formato un torrente in mezzo alla strada bianca e in fondo alla curva grande l’acqua tracimava dalla ròsta e scendeva nella vigna spianando l’erba bassa. A Curva Casàl non c’era nessuno in giro e neanche Tonìn e Franco avevano messo fuori il naso, però dai camini delle case usciva fumo ed era un buon segno.
    Il nonno e la mamma guardavano il cielo scuro. Là era peggio. Era come se fosse scesa la notte e si fosse fermata a venti metri dai tetti delle case. In cima alla strada Fonso stava staccando a calci delle tavole dalla sua baracca. Giacomo non aveva più pensato alle candele perché non si era mai visto uno spaccare la propria roba. Fonso però non era diventato matto, aveva posato le tre tavole sul bordo della strada perché l’acqua non gli entrasse nel cortile.
    Giacomo prese davvero paura solo quando il nonno incendiò il rametto d’ulivo benedetto e il fumo salì verso i vetri della finestra e la mamma si fece il segno della croce.
    Poi qualcuno bussò  alla porta di casa e gridò Anita! Anita!
   Giacomo e la mamma fecero un salto e al nonno caddero sul davanzale umido la cenere della sigaretta e i resti del rametto d’ulivo. La bestemmia che aveva in bocca uscì solo per metà. Alla porta c’era la madre di Tonìn con una mantellina nera sulla spalle. – Via, via. Che viene giù tutto, l’ha detto Bepìn.

I Casàl si vestirono in fretta, indossarono gli stivali di gomma e uscirono. Il nonno davanti, Giacomo in mezzo, e la mamma dietro con una borsa di cose da mangiare.
    Giacomo seguì suo nonno e gli altri di Curva Casàl lungo la strada in direzione delle stalle in cima al colle, dove la mattina presto avevano portato le vacche e i maiali. Vide Tonìn, sua madre, Franco con un pezzo di nylon sopra le spalle. Bepìn Del Pont con la zappa e Fonso con la pala che aprivano il gruppo. Dietro a Giacomo c’era solo sua madre. Alle sue spalle, in fondo al vallone, udì il fragore del torrente Valturcana. Era come quella volta che Tonìn e Franco l’avevano fatto entrare per scherzo dentro il bidone di latta e poi avevano cominciato a percuoterlo, prima piano e poi forte. Il frastuono era dappertutto e sembrava entrasse non solo dalle orecchie ma anche dalla bocca, dalle narici e dagli occhi.
    Appena fuori dalle case Fonso gridò: – Non c’è altro posto dove andare, speriamo… – poi un tuono si mangiò il resto della frase e tutti ripresero a camminare sotto il cielo nero.
    Il padre di Giacomo era a Cortina. Per la prima volta Giacomo pensò che forse non l’avrebbe più rivisto e d’improvviso la pioggia sembrò più fredda e pungente e non pareva di camminare sul ciglio della strada ma lungo il bordo di un torrente e il rumore del vallone era sempre più vicino anche se loro si stavano allontanando."

Immagini tratte da L'é na roda che gira, ritratto di Puos d'Alpago 1900-1970, Comune di Puos d'Alpago 2007