Una lettera dal 1947 che parla a noi, oggi

Rivista Bellunesi nel mondo

Tempo fa ho ricevuto in dono una vecchia lettera che riposava da molti decenni in un cassetto. Era stata inviata nel 1947, da Venezia alla Valturcana (Alpago), a mio bisnonno Osvaldo Bortoluzzi (1876-1966), nel momento in cui era rimasto vedovo. La lettera, oltre all’aspetto emotivo e personale che mi coinvolge ogni volta che la leggo, mostra anche degli elementi inusuali.

Caro amico Osvaldo,
ti so nel dolore per l’improvvisa scomparsa della tua cara e buona compagna.
Io prendo viva parte al tuo dolore e sento che il pianto mi chiude la gola per l’inaspettata e triste nuova.
A te e a tutti i tuoi cari, se pur valevole, giunga la mia povera parola di conforto, di rassegnazione e di condoglianza.
Noi due, vecchi amici, colpiti entrambi nel più sacro degli affetti, piangiamo e piangiamo assieme la scomparsa delle nostre fedeli e care spose.
L’amico tuo Luigi Borgo, 8 novembre 1947

La prima cosa che ho pensato, leggendola, è che l’emigrazione è anche lasciare la valle montana per andare a vivere a Venezia, e così è stato per Luigi, l’autore della lettera, che in occasione del lutto di Osvaldo, non manca di vergare, con mamo tremante, queste poche e accorate righe all’amico lasciato lassù in montagna.

Venezia-Alpago non sembra oggi una distanza impossibile da superare, ma era il 1947, e tutte le distanze nel mondo erano maggiori, e anche le piccole misure non erano facili da colmare e certamente non lo erano per questi due amici settantenni.
Noi siamo abituati a leggere le lettere tenere, accorate e “pratiche” dei nostri familiari che con le loro vicende di vita, viaggio, lavoro e speranza hanno attraversato l’Ottocento e il Novecento portandoci in mondi lontani e gli errori grossolani che troviamo - dalle doppie mancanti o messe nel posto sbagliato, ai termini dialettali “italianizzati” - ci suscitano ilarità, tenerezza e un grande sentimento d’affetto.
Questa lettera però è diversa, perché la semplicità e la profondità delle parole usate - che riguardano il mondo del sentimento e della relazione umana - aprono a un valore letterario e quindi universale.
In particolare nell’ultima frase: innanzitutto c’è quel “noi”, quel saper trasformare il dolore in una terra condivisa, che rende meno soli. E poi quel “piangiamo e piangiamo”; è una ripetizione, la sottolineatura poetica di una condizione del dolore che dura nel tempo e che contrasta con le regole della scrittura insegnata a scuola: in questo caso la ripetizione dà il senso del rinnovarsi quotidiano della sofferenza. Quindi c’è il finale, sorprendente: Luigi nomina le rispettive mogli, dopo decenni di vita, figli e fatica come “care spose” riportando nel dramma del momento, nella tristezza della vecchiaia e della vedovanza, la bellezza della gioventù e della promessa di matrimonio come ultima immagine delle loro compagne e della vita passata insieme.
Io non so che mestiere e cultura avesse Luigi che dall’Alpago era andato a vivere a Venezia, non mi risulta fosse poeta o letterato; e non credo abbia copiato questo testo da qualche libro.
E quindi, per me, questa lettera è qualcosa d’importante, l’idea che la forza del sentimento impressa nella carta possa rimbalzare nel cuore di chiunque legga la lettera, anche oggi, a distanza di settant’anni e in ogni parte del mondo.

Articolo pubblicato sulla rivista Associazione Bellunesi nel Mondo, marzo 2018