Biografia

Foto Valturcana sotto la neve

ANTONIO G. BORTOLUZZI è nato in Valturcana (Alpago, Belluno) nel 1965. Ha pubblicato nel 2015 il romanzo Paesi alti (Ed. Biblioteca dell’Immagine) terzo classificato alla tredicesima edizione del premio letterario del CAI Leggimontagna e finalista al Premio della Montagna Cortina d’Ampezzo 2016. Nel 2013 ha pubblicato il romanzo Vita e morte della montagna con cui ha vinto il premio Dolomiti Awards 2016-17 Miglior libro sulla montagna del Belluno Film Festival. Il suo esordio risale al 2010 con il romanzo per racconti Cronache dalla valle (Ed. Biblioteca dell’Immagine). Finalista e quindi segnalato dalla giuria del Premio Italo Calvino nelle edizioni 2008 e 2010 è membro accademico del GISM (Gruppo Italiano Scrittori di Montagna).

“Sono nato nel 1965 in un piccolo borgo in Valturcana nella conca dell’Alpago in provincia di Belluno. Poche case, molte stalle e sei famiglie. Prati ripidi, boschi, bestie, vecchi, donne e ragazzini. Una strada bianca tutta in salita che portava ad altri abitati altrettanto piccoli e senza la tabella con il nome. Nel borgo non c’era nulla: né un prato abbastanza in piano per fare una partita, né una bottega o una chiesetta. Tantomeno un telefono. C’erano un lampione, un portone di legno pieno di puntine dove mettevano gli annunci mortuari e un capitello di San Fermo con una spessa grata di metallo.”

“Dopo la scuola professionale, il cantiere, la fabbrica, il bar, la piazza e le compagnie avevo sempre voglia di fare una cosa tutta per me e in cui ritrovarmi. Ho provato a fare un po’ di sport, ma non è andata bene. Poi ho scoperto i dischi e la musica e mi sono innamorato della chitarra: mi sembrava che fare il cantautore triste e impegnato potesse essere una buona cosa. Ma non ero molto intonato e la voce era così così. Allora ho deciso di fare solo il chitarrista e ho studiato accordi, arpeggi, scale pentatoniche e diminuite. Ho passato quindici anni ingobbito sulle mie chitarre a fare e rifare bene tutti gli esercizi senza mai suonare davvero.”

“Alla fine, dopo ogni fallimento, mi sono accorto che l'unica cosa che sapevo fare era leggere. Dopo le lunghe giornate al lavoro nei cantieri e in fabbrica, dopo i bar, gli amici e perfino dopo l’amore rimaneva uno spazio che potevo riempire leggendo tutto quello che mi piaceva. Oppure potevo scrivere, cercando di dilatare quello spazio e quel tempo.”